venerdì 14 aprile 2017

Aria di Primavera


La primavera in Giappone è rosa. I fiori di ciliegio tingono i parchi delle città, per poche settimane è un tripudio di petali, ma la primavera in Giappone significa anche un nuovo inizio.
Tutto inizia ad Aprile: l’anno fiscale, i nuovi impiegati, freschi di laurea, il loro nuovo lavoro ed anche ahimè l’anno scolastico.
Il tanto e temuto asilo ha avuto inizio e presto avrà anche una prematura fine.

Sabato scorso cerimonia d’apertura in aula magna con genitori spaesati e bambini altrettanto terrorizzati.
Ultima domenica di libero gioco e da lunedì, il calvario.
Sveglia alle sette, sposta il bagnetto mattutino alla sera altrimenti non si fa in tempo, colazione premuta sull’acceleratore, vestiti preparati dalla sera prima sul divano, borse e borsette pronte.
In missione verso il primo giorno.
Sono riuscita a convincere il piccolo dicendoli che andavamo solo a vedere l’asilo, come in programma da inserimento, un’ora e mezza per il primo giorno, mentre le mamme sono in riunione con il direttore.
Dalle pareti della sala riunioni si sentono pianti strazianti provenire dalle aule. Continuo a fissare l’orologio contanto i minuti, sperando ad ogni strillo che quell’urlo non appartenga a mio figlio.
Il calvario ha termine, in fila davanti l’aula per riprendere il proprio cucciolo, nessuna mamma nasconde un viso stravolto dall’ansia.
Una tra tutte coglie la mia attenzione, siede davanti a me durante tutta la riunione, il capo chino, si asciuga le lacrime con una fazzoletto di carta, tira su col naso.
 Rivedo lei in me, la capisco, la comprendo, vorrei metterle una mano sulle spalle e consolarla dicendole che non è la sola a sentirsi così.
Ma non ne ho il coraggio o il tempo.
Non appena la riunione finisce con uno scatto da far invidia ad un velocista, parte verso la classe dove ha lasciato suo figlio.
Il primo giorno sembra essere andato. Quando chiedo a mio figlio com’è andata mi risponde: “Ho pianto, mamma non c’era”
Peggio di una coltellata al cuore.

Secondo giorno stesso rush mattutino, solo che a completare il quadro ci accoglie una giornata invernale, con tanto di pioggia battente. Alla faccia della primavera.
Convinco il piccolo a uscire di casa, dal suo viso tirato sa dove stiamo andando. Per fortuna il papà ci accompagna in macchina.
Raggiungiamo l’asilo.  Sembra andare tutto bene fino a quando mio figlio scopre che dovrà lasciarmi all’ingresso, che non lo accompagnerò fin su, che sarà una delle maestre a portarlo in classe.
Crisi isterica di pianto, io che sono sull’orlo del collasso quando lo vedo andare via, tutto mogio mogio salire le scale voltandosi un’ultima volta per salutarmi.
Ho avvertito in quel momento un crampo tra pancia e cuore simile a quelli provati durante il parto. Come se me l’avessero strappato di dosso senza permesso, senza alcun preavviso.
Una violenza però premeditata, di cui io non ero semplice spettatrice, ma spietata complice.
Non torno a casa, trovo rifugio dalla pioggia e dal freddo nel vicino centro commerciale,  ancora due ore prima della fine di quella tortura.
Due ore in cui non riesco a darmi pace.
Ma tutto ha una fine e anche quelle due interminabili ore giungono al termine.
Torno a prenderlo, mi corre incontro, sulle guance le lacrime si sono asciugate lasciando strisce bianche.
Lo abbraccio forte, me lo stringo al petto.
La sera mi addormento pregando la Madonna di darmi un segno, di farmi capire se quello che sto facendo sia giusto, se devo continuare in questa folle impresa.
Il mattino dopo la sveglia suona come sempre alle sette, sveglio il piccolo, mi sembra troppo caldo per essere calore di letto, prendo il termometro, 38.
Il segno che avevo chiesto era arrivato.



Lunedì andrò di nuovo all’asilo, questa volta a chiedere di ritirare mio figlio da scuola.

LAPIDATEMI PURE.

Non mi vergogno della mia scelta.

I figli non ci appartengono. Noi possiamo semplicemente seguirli mentre fanno i primi passi verso un nuovo mondo.
Tutto verissimo, super giustissimo.
Ma aggiungo, c’è un’età per tutto.
E tre anni è troppo presto per camminare da solo. A tre anni se mio figlio ha ancora bisogno di me, io ci sarò.
Non conduciamo una vita da reclusi.
Usciamo tutti i giorni, parco, passeggiate, cinema, ludoteca. Con me frequenta il corso di musica e d’inglese, da due mesi quest’ultimo ha iniziato a frequentarlo da solo. Adora andarci e si diverte molto con i suoi amichetti, in un ambiente dove sei bambini sono seguiti da due maestre.
All’asilo la ratio tra maestri e bambini è di 1 a 15. In una classe di 30 bambini tutti di tre anni.
Mi dite voi come fa un bambino a sentirsi protetto in queste condizoni? Quando a volte per stare dietro a mio figlio non bastiamo io e mio marito insieme?

Io da piccola non ho frequentato l’asilo, mentre i miei genitori lavoravano, restavo a casa di nonna e non per questo sono venuta su con un’attacco morboso alla mamma.
A 5 anni ho chiesto io espressamente a mia madre di andare a scuola, a 15 anni sono andata per due mesi in Inghilterra, a 18 ho lsciato casa per andare all’università, a 22 ho lasciato l’Italia per andare a studiare in Giappone e da 9 anni vivo a Tokyo.
Pur non essendo andata all’asilo vivo a 9000 km di distanza da casa.

Quindi perdonatemi se ho deciso di aspettare a separarmi da mio figlio, nel peggiore dei casi potrebbe in un futuro andare a vivere a 9000 km lontano da me e continuare comunque a sentirsi amato da quella mamma che quella volta ha preferito stingerlo a sè.

Betty 
From Tokyo

mercoledì 15 febbraio 2017

Un San Valentino dell'altro Mondo



Nostalgia per i San Valentino made in Italy. 
Quando durante le scuole medie i ragazzi della classe, troppo timidi per scatoline a forma di cuore, regalavano a noi femmine, i cioccolatini in scatole utilizzate di dentifricio e crema per le emorroidi.
O durante il liceo, quando arrivavano fiori spediti dagli innamorati alle mie compagne di classe ( ahimè mai arrivati per me).
L'immancabile regalo da papà per me, mia mamma e mia sorella. Le sue Donne. 
Poi il primo San Valentino da coppia, a 16 anni, una rosa rossa. Da qualche parte a casa ho ancora conservato qualche petalo di quella rosa. 
Non serve spiegare che in Italia è l'uomo quasi sempre a fare il regalo. Piccolo o grande che sia, la donna si aspetta sempre qualcosa. 

In Giappone è tutto capovolto. 
Qualcuno di voi forse può averne un'idea se da ragazzino ha letto qualche manga. 
Classica la scena della studentessa di liceo, che prende coraggio e si dichiara al ragazzo che le piace, scatola alla mano,  giusto il giorno di San Valentino.
Il 14 Febbraio è tempo di dichiarazioni in Giappone. Sono le donne a farsi avanti. Si preferisce regalare per l'occasione cioccolatini fatti a mano.
(non serve essere maestri cioccolatai, tutto sta nel comprare del cioccolato in barrette, fonderlo in un pentolino, poi inserirlo in formine a forma di cuoricino, far raffreddare e voilà! Cioccolato hand made pronto)
Nei casalinghi vendono tutto il kit per la preparazione.
 Ma se qualcuno è troppo pigro per mettersi ai fornelli allora basta comprare una delle scatoline in vendita nei negozi. 
Se ne trovano di tutti i tipi. Nei centri commerciali attrezzano un piano dedicato al cioccolato. Gli acquirenti sono tutte donne naturalmente, le vedi svolazzare da una vetrina all'altra in cerca del cioccolatino perfetto.
L'ho fatto pure io. Il primo anno di fidanzamento con il mio attuale marito ho organizzato una spedizione punitiva con le amiche al centro commerciale alla caccia del cioccolato giusto. 
Esperienza estenuante che non ho più rifatto. 

Esistono diversi tipi di cioccolato. 
Quello D'amore, quando una coppia è già assieme.
Quello da Dichiarazione, quando si ripongono tutte le proprie speranze in quella scatolina.
e poi quello del Dovere.  
L'ultimo è una tradizione tutta Nipponica.
Si chiama Giri Choko. (Cioccolato d'obbligo)
Le donne che lavorano in un ufficio, si organizzano per regalare del cioccolato a tutti i colleghi uomini. Un segno di gratitudine per il lavoro svolto ogni giorno fianco a fianco.
Un gesto di gentilezza per gli uomini.
 Una grande rottura di scatole per tutte le donne che devono comprare e distrubuire i regalini.

San Valentino in Giappone insomma un'ode agli uomini?
Così potrebbe sembrare, se non che gli uomini hanno il dovere di ricambiare il regalo del 14 Febbraio, esattamente un mese dopo.
Il giorno del White Day, 14 Marzo. Di nuovo nei negozi valanghe di cioccolatini in bella mostra sugli scaffali, gli acquirenti questa volta? Gli Uomini (^^)

Morale della favola?
Un gran giro di soldi e poco romanticismo.

Ma del resto è così un po' in tutto il Mondo.
Festeggiate come vi pare e piace, ma non dimenticate di far sentire speciali le persone che vi amano, non serve del cioccolato, solo la vostra presenza e quella è gratis.

Betty 
from Tokyo